Per esempio II

Domenica pomeriggio. Esco a comprare delle cornici per foto che ho trovato a casa dei miei, sto collezionando oggetti-ricordo che fra un po’ non mi faranno più entrare in casa.
Scendo per la via principale che porta alla piazza e, sulla sinistra, vicino ai portici, c’è una macchina parcheggiata con targa estera.
Una famigliola è intenta a smontare le bici, immagino dopo una gita, prima di tornare in hotel.
Nei pochi metri che mancano ad incrociarli immagino le loro vacanze, sono pochi passi, ma la pellicola mentale riesce a costruire una piccola storia.
Poi, arrivo al loro fianco e il film diventa un horror.
Il papà, alto, giovane e snello, tira un pugno violentissimo sulla spalla del figlio più grande. Un ragazzino di circa dodici anni che, spaventato, lo guarda in un modo che non scorderò facilmente.
E’ la forza del pugno a convincermi che non sta scherzando, ma fatico a crederci.
Nello sguardo ci sono mortificazione, dolore, sorpresa, vergogna, sfida, scherno, mortificazione, vergogna, dolore.
Uno sguardo disperato alla ricerca di un sentimento da mettere a fuoco.
E, invece, un caos emotivo che sento anche io e che mi addolora.
Mi fermo, li guardo. Purtroppo, il signore non si gira. Potrei intervenire, ma io stessa ho paura.
Improvvisamente, il papà ne tira un altro, di pugno. Un altro.
Sempre nello stesso punto.
Tanto per essere chiari.
Il bambino ha i lampi negli occhi.
Io resto immobile, altri si girano, nessuno dice niente.

Tutto quello che diciamo e facciamo ai nostri figli diventerà quello che loro faranno e diranno ai loro, e agli altri.
Tutto quello che siamo, loro saranno.
Quell’uomo, probabilmente, ha ricevuto, nello stesso modo, quei pugni lì.
E li restituisce.
Ha imparato quella scorciatoia violenta che toglie le parole, che toglie l’amore.
E la usa.

È difficile cambiare.
Ciò significa che i nostri gesti non sono buoni o cattivi solo nel momento in cui li compiamo.
Rimangono nell’aria, nel mondo, nella vita.
Non si cancellano e se crediamo che quelli cattivi si cancellino non è vero.
In realtà rimangono sotterrati e spingono con violenza per potere uscire e liberarsi. Diventano il nostro bagaglio pesante e silenzioso e, senza accorgercene, li ripetiamo. Restano a farci male.

Essere adulti è una responsabilità enorme e penso che mi piacerebbe fosse data a ciascuno la possibilità di rendersene conto e di scoprire, letteralmente, che cosa possiamo fare con i bambini per farli stare bene e cosa, invece, li fa soffrire.
La possibilità di capire cosa ci accade quando perdiamo la via e, pur intuendo l’errore, non riusciamo a fare diversamente.
Bisogna farsi aiutare.
Perché quando si guardano gli altri (come oggi è capitato a me) è facile, mentre se sei tu il protagonista diventa molto difficile.
Sì, bisogna farsi aiutare.

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Per esempio

Sì, era proprio dentro di me che dovevo cercare.
Lo stallo del lockdown e la tensione per la graduale, ma difficile ripresa mi avevano stordito.
Tanto da non avere più forze per fare niente.
Ma non è strano, è naturale.
Quello che ci è accaduto non ha precedenti e abbiamo bisogno di rimetterci insieme.
La possibilità, che ci siamo augurati, di ricominciare in maniera nuova rende tutto ancora più complesso.
Questo nuovo non sappiamo cos’è, non riusciamo a prefigurarlo, non lo conosciamo e non possiamo fare altro che scoprirlo passo dopo passo.
La difficoltà sta nel fatto che questa modalità nuova non ha a che vedere con il fare, ma con l’essere.
Per questo è difficile e per questo la chiave per ri-uscire è dentro e non fuori.
Forse, la strada non passa dal cercare la strada, ma dal camminare stesso.
Non possiamo fare altro che camminare, un chilometro alla volta, come ha detto Chiara Genova che è partita per un lungo cammino che attraverserà l’Italia.
Millequattrocento chilometri e lei, a chi le ha chiesto come farà, ha risposto: “Uno alla volta”.
Sembra semplice, ma è la soluzione.
Il suo arrivo è previsto per il 13 agosto, a Monte Sant’Angelo, in Puglia, nel giorno del suo cinquantesimo compleanno.
Chiara ha detto: ““Abbiamo due emisferi, uno razionale e improntato alla logica e uno che invece viaggia sull’emotività. Ecco, dopo la quarantena ritengo che sia importante riattivare la parte che ha un impatto simbolico sulla nostra vita e che ci dice che possiamo realizzare quello che la nostra anima ci chiede”.
Questo è il suo programma, camminare e cercare ciò che la sua anima le chiede.
Chiara, nel passato, è stata nostra collega nei progetti educativi che seguivamo a Lecco, poi le strade si sono divise.
Quando ho saputo del suo viaggio l’ho invidiata pensando “Lei può”, ma sbagliavo.
“Lei vuole” e “Lei fa”.
Ed è un esempio.
La pandemia e i lutti che ho vissuto negli ultimi tre anni mi hanno fatto provare e sentire di persona, prima ancora che pensare, la finitudine, il fatto che le possibilità non sono infinite, come nell’età giovane siamo portati a pensare.
E, dopo una lunga malinconia, mi sta tornando quella che potrei chiamare gioia di vivere, che non è la felicità, ma il sentimento positivo relativo alla vita, anche se è previsto che finisca.
Un chilometro alla volta, un giorno alla volta, è vita, fino a che finisce.
Possiamo progettare azioni che ci fanno bene anche se sono faticose. Fino a che c’è vita.
Ma dobbiamo farlo a nostra misura, a misura della nostra anima.
Non so quali sono le mie, non lo so proprio. Mi capita di riuscire di più a mettere a fuoco quali NON SONO le mie e questo, per ora, mi basta.

Cammino, mi riposo, cammino, mi riposo, cammino.

Come lei lungo il sentiero.
Buon viaggio Chiara, e grazie.

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La didattica a distanza, la relazione vicina

Parliamone.
Non è, in questo momento, l’argomento principale delle comunicazioni ufficiali e delle riflessioni condivise e allargate, ma parliamone.
Nelle prime fasi di questa emergenza, confuse e agitate, tutte le scuole si sono attivate per continuare a fare scuola a distanza cercando velocemente e prima di tutto di colmare le lacune nelle competenze tecnologiche.
L’indicazione era, per tutti, quella di “continuare il percorso in atto”, di non interromperlo.
È fuori di dubbio che questo organizzare a distanza l’attività scolastica quotidiana ha aiutato tutti, alunni, insegnanti e familiari, a non perdere il senno, a mantenersi in piedi e ad arginare l’emergere dell’angoscia, ma, a poco a poco, è emerso un altro bisogno di competenze necessarie per vivere questo momento particolare.
Molti alunni hanno iniziato, dopo le prime settimane, ad accusare i primi colpi, esprimendo la tendenza a ritrarsi dai compiti e dalle richieste e questo ci sta costringendo a riflettere su come ci stiamo muovendo a livello didattico, educativo e pedagogico.
Moltissimi operatori hanno già individuato e messo a punto modalità differenti e funzionali, mentre altri sono in difficoltà.
Ciò che sta accadendo sta, paradossalmente, facendo emergere le buone pratiche già esistenti (e già funzionanti) e quelle disfunzionali che, però, appunto, non funzionavano nemmeno prima.
Come si fa ad essere interessanti stimolando la partecipazione ora che si è distanti?
Come si può aiutare il mantenimento dell’attenzione quando chi partecipa è a casa?
Come si fa ad insegnare il metodo di studio e ad organizzare il lavoro in questo strano momento?
Come si doveva fare prima.
Utilizzando tecniche animative e comunicative che aiutano a costruire una relazione diretta e intensa tra chi conduce e chi partecipa.
Studiando con attenzione i tempi della nostra comunicazione, le modalità, le caratteristiche.
Organizzando calendari delle lezioni condivisi e coordinati.
Comunicando anticipatamente i contenuti per aiutare ad organizzarsi.
Attivando uno scambio e un confronto continuo tra operatori.
Raccogliendo feedback di chi frequenta le lezioni e sviluppando un monitoraggio continuo della qualità (e non solo della quantità) della partecipazione.
Utilizzando tecniche di comunicazione verbale e non verbale per parlare con chiarezza.
Proponendo slides e mappe che aiutino a visualizzare i concetti come si fa nelle conferenze davanti ad una grande platea.
Facendo lavorare in piccoli gruppi.
Lasciando spazio per l’elaborazione personale.
Parlando con animazione, usando la voce per veicolare emozioni e sentimenti, rendendo vivace (proprio nel senso di vivo) il proprio parlare, il proprio mostrare i contenuti.
Facendo cose che non sono necessarie solo adesso, che sono indispensabili sempre.
Usiamo questo momento, allora, per cambiare e per migliorare.
Facciamo in modo che le persone che sono più preparate in questa emergenza possano condividere con altri ciò che stanno facendo per produrre nuove pratiche e nuovi pensieri.
Scambiamoci vissuti e riflessioni su quanto stiamo vivendo.
Non concentrandoci su quanto fare, ma sul come farlo e mettendo in condivisione, appunto, le idee nuove e speciali che stanno emergendo.
Detto questo, io penso che la priorità, oggi, sia veramente quella di stare accanto, di fare sentire che si è vicini (anche alle famiglie!) e di mantenere (o di costruire) l’affetto reciproco.
È fare scuola fare questo?
Sì.
Ma non solo durante la reclusione e la restrizione di oggi, sempre.
Proviamo a rifletterci, questa è una grande occasione.

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Tolo tolo

Ridere, fa ridere. Certo, chi si aspettava un film copia di un altro suo film deve rassegnarsi, è diverso.
Ma fa ridere, eccome se fa ridere.
Il film di Checco Zalone, che con il suo vero nome ne firma anche la regia, fa ridere, fa commuovere, sorprende, spiazza, colpisce, emoziona e ti fa uscire dalla sala con uno sguardo nuovo.
È un film pieno di piccoli colpi di scena, anche nei dialoghi, spesso spezzati da cambi di scena geniali.
È un film pieno di belle immagini, di bella musica e di bravi attori, ma, soprattutto, è un film attuale, politico, che mette tutti di fronte a quello che siamo ora: confusi e divisi. Prigionieri di noi stessi e smarriti.
Checco Zalone ci guida ad immaginare le cose da un altro punto di vista, ci conduce a rovescio, come nelle favole, ci fa vedere il mondo capovolto.
Non importa se usa stereotipi, lo fa apposta. Pazienza se arriva vicinissimo a cadere nelle fratture che le vicende dei migranti hanno aperto dentro di ciascuno di noi, lo fa apposta.
Checco Zalone manda in frantumi, dissacrandoli, i diversi simboli della nostra civiltà (che crediamo unica e dominante) con i cui occhi, inevitabilmente, ci racconta la storia e qui sta il grande cinema.
Senti che c’è qualcosa che ti piace, ma anche qualcosa che si rompe, non capisci e solo se ti lasci trasportare riesci a provare meraviglia e non fastidio.
Checco Zalone prende in giro tutto, tranne l’amore e tira fuori la parte di noi che nessuno ammette di avere.  Il fascismo (e il razzismo) sono come la candida, con lo stress vengono fuori e nessuno è escluso a prescindere.
Checco Zalone denuncia l’ipocrisia umana e rilancia la possibilità di avere, invece, un progetto.
Invita a sognare e, come nei sogni, a non mettere freni a ciò che si desidera davvero, rischiando la vita e l’identità, senza perdere mai il contatto profondo con quello che siamo dentro, brutto o bello che sia.
Perché solo quello siamo.
Grazie Checco, grazie.

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E tu digli che ci vai lo stesso

Sono in spiaggia, finalmente in spiaggia.
Non in ufficio, in un colloquio, in una scuola, a cantare con gli anziani, a far ballare le maestre; sono in spiaggia, finalmente in spiaggia.
La mia testa, libera dal lavoro, alterna pensieri spazzatura, che mi partono incontrollati ogni volta che freno e mi fermo, a idee nuove.
Quando le vacanze durano un po’ le idee nuove fioriscono e generano giardini. Se i giorni sono cinque, come questa volta, percepisco solo piccoli lampi di luce che schiariscono il buio del tunnel quotidiano, e li conservo, preziosi.
Come piccoli semi che porto a casa per coltivarli in serra.
Esco dall’acqua, dalla magnifica acqua di mare maremmano, limpida e fresca. Esco dall’acqua e mi imbatto in una bambina che grida ad un coetaneo: “Giovanni, per favore, posso venire sul materassino con te?”.
Io sono esattamente in mezzo, tra i due, ma anche se fossi stata a cento metri avrei colto la frase perché la mia curiosità per la comunicazione umana è diventata mostruosa.
Giovanni, il coetaneo, risponde di no. Un no secco, spietato, sordo. Senza spiegazioni, ne incertezze.
È un no che arriva a me, in linea d’aria, prima ancora che alla bambina, è un no che mi colpisce, a tal punto da girarmi e farmi intervenire.
Le dico: “E tu digli che ci vai lo stesso”.
Capisco subito che ciò che ho fatto potrebbe essere un disastro pedagogico o una preziosa sollecitazione biografica generativa, ma la frittata è fatta. È vita, non teoria.
La bambina mi guarda, spiazzata.
Io continuo la salita verso la sabbia, spiazzata a mia volta da me stessa medesima e sto attentissima a non voltarmi più.
Con la coda dell’occhio, però, controllo ciò che accade dietro di me, come in un giallo.
La bambina, dopo qualche attimo, a passi rallentati dall’acqua e dallo spaesamento, raggiunge l’amico.
Li perdo, non voglio voltarmi, non so cosa sta accadendo. Si spegne la luce.
Raggiungo l’asciugamano, mi sdraio e, a quel punto, guardo e, come nel finale del film che si riaccende, vedo il fotogramma che conclude la trama.
La bambina è sola, sdraiata sul materassino, e lentamente, pagaiando con le braccia, va verso il largo.
Non c’è la musica e, così, non so se il the end è felice o disperato, ma propendo per la prima ipotesi.
Molto probabilmente ci sarebbe arrivata da sola, un po’ mi rincuoro e non mi importa avere avuto anche un minimo di merito. Sono contenta, forse non ho fatto un guaio.
Ciò che avverrà, questo però lo so, è che il mio intervento, almeno per me, è destinato a restare.
Come una alternativa, come un’altra possibilità, come una terza via che ci si può parare davanti se scartiamo il pallone mentre ce lo stanno portando via.
“Magari non con te, ma con il materassino sì, anche perché era quello che desideravo”.
È una consapevolezza che si raggiunge a cinquant’anni, ma io auguro a tutte le femmine di comprenderlo molto, molto tempo prima.
Per evitare che i sensi di colpa e le rinunce ti impediscano di salpare e di navigare.
Per tracciare la tua rotta, per cercare il tuo nuovo mondo.
Ma, soprattutto, per non restare a riva mentre il tuo principe azzurro sparisce all’orizzonte.

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I papà con la carriola

Molti sono i papà che spingono passeggini, tengono a mano bambini scalpitanti o seguono figli che scappano per la via. Molti più di prima. Mamme che lavorano, cultura che cambia, a beneficio di tutti.
Stamattina, era divertentissimo guardarne alcuni.
Primo papà: spinge passeggino mentre chatta al cellulare. Sguardo illuminato da luce Fled, mano destra che spinge, camminata adeguatamente lenta, traettoria incerta.
Secondo papà: spinge passeggino come se fosse carriola, braccia larghe, gambe pure, sguardo verso orizzonte, pensieri al lavoro.
Terzo papà: spinge passeggino, vuoto, rincorrendo bambino sfuggito come se fosse un bersaglio, sguardo terrorizzato, fronte perlata.
Fanno troppo ridere.
Certo, non sono tutti così, anzi, potrei essere incappata in tre eccezioni e adesso scrivo a vanvera, ma quei tre facevano troppo ridere.
E che sia proprio questo il loro ruolo?
Divertire?
Sdrammatizzare?
Alleggerire?
Io credo che ci possano riuscire benissimo, ammesso che il nostro sguardo, di donne, sia divertito e intenerito e non arrabbiato e recriminatorio.
Il fatto che una volta i papà fossero severi e a loro era destinato il ruolo di cattivi e di giusti, lontani da casa perché spingevano una carriola mentre noi stavamo con i bambini, non conta più.
Ora è compito di tutti cambiare.
Chi siamo noi (donne) e chi sono loro (uomini) nel compito educativo è tutto da riscrivere.
Occorrono alleanza, dialogo, comprensione, ma, sicuramente, tanta ironia.
Ridere potrebbe essere la nostra salvezza.

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Fare i conti

Fare i conti con le proprie debolezze è tremendo. Se li si fa davvero.
Se si è sinceri, se si lasciano parlare tutte le emozioni che pulsano sotto, se ci si accorge delle invidie, delle gelosie, delle rabbie, dei fastidi che si provano, se si lascia uscire tutto ciò e si sente al contempo consapevolezza, è terribile.
Il fatto di rendersene conto rende tutto difficile e doloroso perché la frustrazione è doppia, la mortificazione doppia, il disagio doppio.
Io sono tutte quelle cose brutte e, contemporaneamente, so di esserlo.
Ci si abbatte, ci si scoraggia, si diventa come se tutto fosse quella cosa orribile che provo dentro di me.
Non vorrei, ma sono così.
Nessuno mi amerà più, a partire da me.
Sono, però, sicura, che sia il solo modo per venirne fuori.
Se io so che sono così, se io me ne accorgo, se tocco con mano e vedo cosa mi succede, io sono già altro da ciò che mi succede, io sono già fuori da ciò che mi succede.
La me che vede ciò che è scomodo, doloroso, non bello, si strugge, si dispera, si vergogna, si delude, ma è quella me che può decidere, quindi, di essere altro.
Se capisco che sono io, solo io e non altri a determinare il mio stato d’animo, posso essere io, solo io, e non altri, a cambiarlo.
Oggi, in più, ho capito che l’obiettivo non è, però, “diventare capaci di non essere più ciò che non ci piace”, giurandoci che “la prossima volta non succederà”.
Succederà ancora, una, dieci, cento, mille altre volte.
Quello che possiamo fare è imparare ad uscire ed entrare in continuazione dalle aree di noi che meno ci soddisfano, perdonandoci e accettandolo con benevolenza e tenerezza.
Così da sapere perdonare e accettare con benevolenza e tenerezza anche gli altri.

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I disegni sui vetri

Un giorno di tanti anni fa, mentre mi raccontava della sua infanzia con un entusiasmo, mia mamma mi parlò di una cosa bellissima che faceva quando era inverno.
Nella registrazione che ero riuscita a realizzare, ho trovato le sue parole: “… mi ricordo della neve che veniva grossissima” diceva “… e poi mi ricordo dei vetri, che c’erano tutti come dei vetri come se fossero dei grandi disegni… c’era il gelo e sai che sui vetri, noi dentro, col nostro respiro li facevamo appannare e si vedeva dei bei disegni che io mi ricordo che una volta ho preso uno spunto e a scuola ho fatto questa greca perché erano così belli che dai vetri vedevo queste cose di natura fatte così… “.
Le attività del tempo libero di quell’infanzia non potevano fare riferimento non solo a quella che oggi chiamiamo tecnologia, ma nemmeno alla quantità di giocattoli, giochi da tavolo, libri per l’infanzia e giornali che divenne il patrimonio a disposizione durante il successivo florido periodo degli anni Sessanta.
I bambini non avevano che la propria fantasia, gli oggetti della vita quotidiana e la natura.
Sarebbe facile considerare quel periodo migliore e questo, invece congestionato da stimoli plurimi, tecnologici, appunto, e confusi, un peggioramento della qualità della vita, ma sicuramente occorre riflettere sulle conseguenze che ha questo cambiamento sulla crescita dell’uomo.
Occorre approfondire quali sono le differenze tra crescere in un modo e crescere in un altro, anche alla luce del fatto che la natura dell’uomo, nel suo corpo e nel suo spirito, invece, non credo si sia modificata così tanto.
Le sue caratteristiche più profonde, i suoi bisogni, le sue aspirazioni non possono essere cambiate quanto lo sono le condizioni in cui viviamo.
Certo, le due cose si condizionano a vicenda, ma, sicuramente, viaggiano a due velocità.
I bambini piccoli, anche oggi, nel gioco, preferiscono il materiale spontaneo che li circonda e che arriva dalle pratiche di tutti i giorni del resto della famiglia. Un po’ perché condiviso (e non è poco) e un po’ perché più capace di essere manipolato.
Un cucchiaio, una corda, il coperchio di una pentola oppure un mazzo di chiavi sono interessanti, ai loro occhi, proprio perché con questi oggetti da esplorare, possono fare quello che vogliono.
Possiamo fare quello che vogliamo anche con uno smartphone?
Forse possiamo fare quello che vogliamo sui binari che quello strumento ci indica, ma molta meno in libertà di quanto si possa credere.
Ci guidano le immagini, c’è una interazione, ci affascina la velocità, insomma, non siamo soli nel governare quel gioco e, per questo ci piace, ma il rischio è che tutto si fermi lì.
L’immaginazione, da sempre si sa, è il motore per creare il mondo, apre all’infinito e lascia completamente liberi di andare dove ci pare e nei giochi interattivi sul tablet non mi sembra che questo accada.
Si va dove il meccanismo ci porta.
Sono la prima a sperare che in qualsiasi attività umana l’uomo possa rimanere uomo e che il suo apporto riesca a governare ciò che accade, ma temo si stia sottovalutando il pericolo richiamato da Galimberti (1999) del predominio della tecnica che, da strumento a nostra disposizione, diventa ambiente che ci circonda e che ci costituisce.
“La tecnica –  lui dice – è il luogo della razionalità assoluta, in cui non c’è spazio per le passioni o le pulsioni,  è quindi il luogo specifico in cui la funzionalità e l’organizzazione guidano l’azione”.
“La tecnica – prosegue – non tende ad uno scopo, non promuove un senso, non apre scenari di salvezza, non redime, non svela verità, funziona e basta”.

L’argomento non è nuovo, il dibattito nemmeno ed è interessante.
Io lo ripropongo solo perché non si perda occasione di cercare di comprendere verso dove stiamo andando.

A meno che ci basti la voce del navigatore che, ad ogni nostro errore, ricalcola il percorso da fare senza prendere in considerazione l’ipotesi che noi si abbia cambiato idea.

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Nel cuore

Nel cuore.
Ciò che sta nel cuore afferisce agli affetti, all’amore e ai sentimenti, sia nel bene sia nel male.
Innamoramento, gioia, felicità, odio, dolore, strazio, struggimento, nostalgia, tristezza, entusiasmo.
Ciò che sta nel cuore è poco misurabile, poco contenibile, il cuore ha tessuti spugnosi, le cose entrano facilmente e faticano ad uscire.
Ciò che sta nel cuore non conosce limiti di tempo e di spazio.
Nel cuore possono stare tutti gli esseri viventi in generale, ma anche gli spazi, la geografia, i fatti, nel cuore può stare l’Universo intero.
Il cuore può contenere cose che la testa non immagina nemmeno, nel vero senso della parola.
Il cuore può conservare emozioni e sentimenti anche quando non è più ora e nemmeno qui.
Il cuore si nutre di immagini, di colori, di odori e di sensazioni tattili, il cuore è un organo prima di tutto sensoriale.
Grazie al cuore comprendiamo le cose e le persone.
Ma il cuore, proprio perché infinito, nello spazio e nel tempo, ha bisogno della testa per potersi definire.
Ha bisogno di trovare le parole per potersi descrivere.
Ha bisogno dei pensieri per coltivare ciò che prova.
Ha bisogno della mente per sapere di essere cuore.
Il buon collegamento tra la testa e il cuore ci permette di rimanere interi, nel bene e nel male, perché non sono i buoni accadimenti che ci fanno restare sani, sono i buoni pensieri sugli accadimenti.
E, siccome, l’esperienza più significativa di collegamento tra cuore e mente è quella che intercorre con il proprio sé, una delle pratiche più utili per mantenere questo collegamento è la scrittura di questo sé.
La scrittura ci permette di fissare cognitivamente ciò che ci accade dentro.
Ci permette, potendolo raccontare, di conoscerlo e ri-conoscerlo.
Ci permette di pensarlo e ri-pensarlo. Di ri-cordarlo.
Nell’antichità classica il cuore era ritenuto sede della memoria. Il verbo ricordare deriva dal verbo latino recordari che, a sua volta, discende dal sostantivo cŏr, cuore, col suffisso re- di movimento.
Propriamente, rimettere nel cuore , rimettere nella memoria.
Ancora oggi l’espressione a memoria si traduce “par coeur” in francese e “by heart” in inglese.
Ed è il cuore che parla, se scriviamo di noi.
Magari, dapprincipio, se non siamo abituati, annoteremo i fatti, le azioni e gli accadimenti, poi, come per magia (sul serio), il cuore si collegherà automaticamente e, dalla penna (o dalla tastiera), uscirà ciò che proviamo, ciò che sentiamo, ciò che sgorga emotivamente da noi. Come il flusso di un rubinetto che si apre.
Scrivendolo, tirandolo fuori, questo flusso ci emozionerà e potremo permetterci di piangerci o di riderci sopra. Smetterà di essere sacro, diventerà umano. Smetterà di essere solo nostro, diventerà universale.
Nel momento in cui ciò che ci è accaduto diventa storia daremo a ciò che ci è accaduto un significato e potremo, finalmente , farcene una ragione.
Potremo riconoscere il nostro cuore attraverso il nostro pensiero che, in quel momento, ci dirà solo ed esclusivamente ciò che siamo davvero e non ciò che qualcuno o qualcosa dentro di noi ci ha imposto di essere.

 

… dò asilo dentro di me come a un nemico che temo d’offendere, un cuore eccessivamente spontaneo che sente tutto ciò che sogno come se fosse reale, che accompagna col piede la melodia delle canzoni che il mio pensiero canta, tristi canzoni, come le strade strette quando piove.
Fernando Pessoa

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Essere parenti

Nel mondo romano con il termine parente si indicavano i genitori, coloro che partoriscono, che generano, mentre il legame di parentela più generale veniva definito con il termine propinquiorum, che significa “coloro che sono vicini”.
Con il termine parente si intende anche “chi ha grande affinità e somiglianza”.
Essere parenti significa, quindi, in generale, essere legati dal sangue, ma anche da una storia che unisce in un’unica cornice, che mette nella condizione di appartenere alla stessa trama, alla stessa  narrazione.
Che rende uguali e, a volte, identici, cioè “con la stessa identità”.
Essere parenti comporta l’essere coinvolti profondamente da intrecci che sfuggono alla coscienza e che affondano nel sotterraneo mondo degli affetti, dei vissuti e di ciò che misteriosamente custodiamo dietro e sotto le apparenze.
Nella pancia, per intenderci.
Le relazioni genitore-figlio, fratello-sorella, nipote-nonno sono, quindi, relazioni forti, intense, direi enormi.
Nel bene e nel male.
Quando vi è gioia, è gioia immensa, quando vi è conflitto è conflitto tremendo.
All’interno della famiglia, luogo in cui vivono i parenti, si giocano le più forti alleanze e le più nere tragedie.
Dei e dai parenti si ha bisogno, ma, a volte, anche necessità di fuggire.
Per questo motivo è salutare e salvifico il contesto sociale, dentro il quale le famiglie si scambiano doni, prodotti, favori e promesse. Dentro il quale i diversi parenti si mescolano ad altri, per generare e garantire la salute della specie.
È dai parenti che le giovani donne e i giovani uomini si staccano per diventare grandi ed è dai parenti che si ritorna per chiedere aiuto.
Dai parenti in linea retta non ci si può separare.
I coniugi non sono parenti e, di conseguenza, possono diventare ex coniugi, tutti gli altri no.
Non si può essere ex genitori, ex fratelli, ex zii, ex nipoti, ex figli.
I parenti rimangono parenti per sempre, anche oltre la morte e anche in caso di allontanamento.
All’interno di queste relazioni, allora, ciò che accade assume, di volta in volta, significati che possono andare oltre l’analisi oggettiva delle cose, oltre le cose.
Ciò che succede all’interno di questo tipo di relazione prevede un’implicazione ad altissima intensità, perché, come dicono i tecnici, si è “calati nei medesimi contesti di vita e convivenza”.
Per questo motivo, tutti coloro che prendono in carico, per educare, per assistere o per aiutare il parente di qualcuno, devono prendere in carico anche quel qualcuno lì.
Chi accoglie un bambino in una scuola accoglie anche i genitori di quel bambino.
Chi custodisce e cura un anziano in una Casa di Riposo deve custodire e curare anche i figli di quell’anziano.
Chi assiste un disabile, è chiamato ad assistere anche il parente di quel disabile.
Fare altrimenti significa non aiutare, non custodire e non curare la persona che hai in carico.
La persona è il sistema di relazioni in cui vive, fisicamente o emotivamente.
Farsi carico di tutto il sistema è aiutare la persona.

I miei genitori sono in Casa di Riposo da tre anni e mezzo e, per noi parenti, da tre anni e mezzo la Casa di Riposo è la Casa dei nostri genitori.
Cosa fa la Casa di Riposo per essere la LORO casa e, anche, la NOSTRA casa?
Ogni giorno, decine di azioni sono rivolte a loro e, a seconda di chi le esegue, possono essere finalizzate a farli sentire a casa o no.
Sono tutte azioni di assistenza e di cura, ma a seconda di come le eseguono possono fare sentire ai miei genitori che chi le esegue è un parente  oppure che è uno sconosciuto.
Ci sono operatori splendidi, operatori mediocri e operatori sbagliati.
Ma questo è il destino della vita, no?
Ciò che potrebbe fare la differenza è la REGIA della Casa, è la DIREZIONE.
Chi dirige, chi conduce, può decidere se fare andare le cose in un verso o in un altro.
Può decidere se investire perché la Casa sia una casa, o no.
Poco si sta facendo in questo senso.
Poco, sia per gli anziani, sia per le famiglie degli anziani che, da parenti, hanno bisogno di sentire di essere accolti quanto loro.
I legami indissolubili che esistono non possono essere spezzati o feriti dalla separazione che, per forza di cose, avviene.
Io auspico che nei prossimi dieci anni si studi e si approfondisca con serietà e amore COSA fare e COME fare a curare e ad assistere le migliaia di anziani non autosufficienti che saremo.
Loro e le loro famiglie.

Me lo auspico perché, secondo le scelte che faremo, in quella direzione andrà il mondo.
E oggi, in QUELLA direzione, non abbiamo ancora deciso di andare.

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